L'impresa strozzata dalla crisi

Nasce il numero anti-suicidio, subito boom di chiamate

Schopenhauer scriveva riguardo al suicidio: «Quando in sogni opprimenti e orribili l’angoscia tocca il grado estremo, è proprio essa che ci porta al risveglio, con il quale scompaiono tutti quei mostri notturni. La stessa cosa accade nel sogno della vita, quando l’estremo grado di angoscia ci costringe a spezzarlo».

Nel momento in cui un individuo decide di porre fine alla sua vita qualcosa in lui si rompe. Il carico di preoccupazioni e la sensazione di essere arrivati al capolinea si fa talmente opprimente da vedere nella morte l’unica soluzione. «C’è una frattura totale tra ciò che si percepisce di essere e la propria integrazione nel mondo», spiega Ines Testoni, psicologa e direttrice del primo Master in Italia sulla morte e fine vita dell’Università di Padova. «Questo può accadere per varie cause: una disintegrazione (la rottura della dimensione relazionale del soggetto ha con sé stesso o la società) della struttura psichica del soggetto oppure una disgregazione dei rapporti che il soggetto ha con il mondo esterno».

Nel caso dei suicidi da parte degli imprenditori ad entrare in scena è anche il fallimento professionale. Quella veneta è un’economia di tipo famigliare che coinvolge profondamente la dimensione sociale ed intima di chi è a capo di un’impresa. Spiega Testoni:«Se al capitalista interessa poco del destino dei propri dipendenti, in Veneto succede il contrario. Le aziende in quanto famigliari, caricano il dirigente di una responsabilità non solo amministrativa ma anche di un potenziale affettivo di enorme portata. Si innesca così una logica di relazione famigliare che nel momento del crollo distrugge sia la dimensione professionale che affettiva».

Diverse le soluzioni per curare questo fenomeno. Importante innanzitutto ridurre l’emulazione. Il suicidio è fortemente contagioso e portatore del cosiddetto “effetto Verter”. «Quando Goethe scrisse “Il suicidio del giovane Verter”- spiega la psicologa- molti ragazzi si identificarono con il protagonista tanto da arrivare ad uccidersi e spingere l’autore a cambiare il finale del libro. Per il suicida diventa semplice affrontare quella che sembra una vita insostenibile, immedesimandosi con la disperazione di un altro e seguendone l’esempio. E’ necessario, dunque, accompagnare il soggetto per farlo sentire compreso».

La solitudine, infatti, è una delle principali cause del suicidio. «Non sentirsi soli di fronte a questa situazione e cercare aiuto esterno, offre grandi possibilità di cambiamento individuale. Da una cosa che sembra una catastrofe può nascere una resurrezione inattesa che la vita precedente non avrebbe mai potuto offrire», continua Testoni.

Il suicidio di un imprenditore, tuttavia, non interessa solamente il soggetto che lo compie. I famigliari, oltre a dover affrontare una difficile situazione economica devono fare i conti anche con il lutto.  Come scrive il prof. Diego de Leo, psicologo ed esperto internazionale di suicidi, «sopravvivere a una persona che si è uccisa o che è morta in maniera tragica innesca sensi di colpa, ansia, depressione, un senso di solitudine assoluta. Niente può continuare più come prima, scompare completamente la voglia di vivere, tutto ciò che si è fatto e costruito fino al momento del dramma sembra essere stato vano». Per sostenere queste famiglie e prevenire i casi di suicidio, dal 2001 il World Health Organization sta promuovendo in tutto il mondo campagne di sensibilizzazione e nel nostro territorio la Regione veneto sta appoggiando nelle aziende sanitarie gruppi di sostegno per l’elaborazione del lutto.

Marika Zorzi (L_inkreadibile n.7)