Storie di noi, stranieri in Italia

Vite che raccontano la tradizione del panino turco

Diversi per nome, età e provenienza ma accomunati da uno stesso destino. Il kebab.

Dietro i volti e le mani che servono il panino orientale per eccellenza, si nascondono storie di persone semplici che hanno lasciato affetti, tradizioni ma anche sofferenza e povertà nel loro Paese d’origine. Ora a Padova hanno trovato sia un punto di arrivo che di partenza.

Ibrahim e Nada sono una coppia sulla cinquantina. Entrambi palestinesi. Ambedue laureati, lui in legge, lei in ingegneria. Si sono trasferiti in Italia quindici anni fa. Il nostro Paese rappresentava per loro la possibilità di vivere in uno stato europeo lontano dall’occupazione militare israeliana che continua ormai da sessantun anni. «Volevamo darci una possibilità in un Paese libero, ho fatto domanda tramite il centro culturale italiano in Algeria, ho ottenuto il visto e ci siamo trasferiti» racconta Ibrahim, ma subito dopo si corregge «quello che avete è un paese meraviglioso ma devo essere sincero, quando ho fatto domanda di permesso di soggiorno l’ho presentata anche in Francia. L’Italia ha risposto per prima ma ripensandoci avrei aspettato l’altra nazione. Ci troviamo bene senz’altro perché i nostri figli sono nati qua e siamo rimasti ma se parliamo dello stato di diritto facendo un paragone con Francia, Germania e Svezia è tutta un’altra cosa». Ibrahim racconta di come secondo lui, la politica italiana non sia cambiata molto dal suo arrivo nel 1994. «Noi stranieri non siamo visti sempre in modo positivo sia dalla Chiesa che dallo Stato. Il continuo bombardamento mediatico da parte di alcuni esponenti di certi partiti sicuramente poi non aiuta l’integrazione».

La coppia sottolinea più volte, però, il forte cambiamento avvenuto nella cittadinanza padovana.«I vicini, appena siamo arrivati, non ci salutavano neanche. Quando è nata mia figlia e ho appeso il fiocco nessuno mi ha fatto gli auguri. Resta ancora un po’ di scetticismo per il diverso ma siamo più conosciuti. Abbiamo molti amici italiani e se prima la vostra cultura ci piaceva, anche se da lontano, ora che ne facciamo parte la amiamo». Un’esperienza quella di Ibrahim e Nada che, come filo conduttore ha la cucina. Appena arrivati in Italia hanno aperto una pizzeria in Friuli, trasferitisi a Tencarola hanno iniziato a unire la tradizione italiana con quella etnica ed infine a Padova cucinano solamente pietanze dal sapore orientale. «Noi crediamo nella nostra cucina e nel potere che ha nell’unire le culture. Tutti hanno il gusto per ciò che è buono».

Per Rakkz, invece, cucinare i piatti della sua tradizione significa tenere vivo il ricordo dei sapori della terra da cui proviene. «Potevo scegliere di aprire una pizzeria, forse avrei fatto più soldi ma cucinare il kebab per me ha un significato importante. Vuol dire continuare a ricordare dove sono nato».

Quarantadue anni e tre figli, Rakkz viene da Casablanca e vive in Italia ormai da sedici anni. «Quand’ero giovane vedevo l’Italia come il paese delle possibilità e ho deciso di provare a trasferirmi». Da Reggio Emilia a Genova fino ad arrivare a Padova. Sedici anni non sempre facili. Soprattutto i primi. «Quando abbandoni tutto quello hai per emigrare in uno stato che non conosci non è mai semplice. Mi ci sono voluti quattro anni per riuscire ad integrarmi, a parlare e capire la lingua, gli usi e costumi italiani. Quando tre anni fa ho aperto il mio locale è stata una grande soddisfazione». La sua paninoteca è frequentata da stranieri ma per la maggior parte da italiani curiosi di provare alimenti di qualità lontani dal loro quotidiano. «L’integrazione tra tradizioni italiane e straniere la vedo ogni giorni nel mio locale. In fin dei conti siamo tutti come uccellini, quando i pezzetti di buon pane ci cadono vicino non badiamo se sono di pita o farina00, li mangiamo tutti insieme».

Marika Zorzi (L_inkreadibile n.4)